Vengono chiamate a radunarsi, sullo spazio scenico, una costellazione precaria di lampade domestiche – abat-jour, vecchi lumi, luci da comodino – che migrano dalle stanze private e sono riassemblate in scena dal pubblico e dai performer. L’intento è quello di disinnescare le visioni dettate dalle luci pubblicitarie accecanti e dai fari spettrali, per incarnare invece un’altra dimensione della visione: un rito collettivo in cui ci si ri-abitua al buio e forse alle luci cosmiche.
Creata in dialogo con i Disegni per i destini dell’uomo di Sottsass, la scenografia-installazione che fa da abitazione alle lampade, è un sole artificiale scomposto, uno stralunato falò elettrico.
Il lavoro si sviluppa in una partitura di danza, musica e testi che si fanno e disfano insieme alla luce: i performer si muovono nello spazio scenico, valicando la quarta parete, costruendo e decostruendo il confine della visione.
La drammaturgia, ispirata ai testi di Sottsass e su scritture originali, non procede per narrazione lineare ma per quadri evocativi. Tenta di ricordare il buio come spazio d’attesa e di trasformazione e guarda all’inquinamento luminoso non solo come fenomeno ambientale, ma come forma di saturazione dell’immaginario e dell’immaginazione.